Attività collegiali
Vivere


L’esperienza collegiale, unica nel panorama nazionale Italiano, prevede un mutuo coinvolgimento degli studenti dell’Ateneo pavese in molteplici attività culturali e ricreative: possibilità di organizzare eventi, di far parte delle squadre sportive del collegio e di godere dei servizi e della struttura forniti dall’Ente, permettendo l’ampliamento dell’offerta formativa a disposizione dello studente.
Entrare a far parte della vita collegiale rappresenta un’occasione di arricchimento e favorisce i rapporti di amicizia tra gli alunni, dando la possibilità di costruire relazioni autentiche e durature.


Caccia al tesoro



Coronamento della partecipazione alla vita collegiale è la giornata dedicata alla caccia al tesoro, che vede protagonisti i primi anni di ogni collegio, impegnati in una sfida intercollegiale, ambientata nel centro storico di Pavia.



Valla Day



Il Valla Day è la giornata dedicata al nostro collegio, occasione annuale di incontro e di ritrovo tra collegiali, ex collegiali, personale amministrativo e dirigenza che si tiene all’interno della struttura. Durante la giornata si assiste all’esibizione della Corale del Collegio Valla, viene premiato il laureato dell’Anno (studente meritevole in ambito accademico e collegiale), viene presentato il giornale del collegio, il Vallino e si conclude la giornata con un rinfresco.



Valla Night



Il Valla Night è forse l’apice della cooperazione tra gli studenti del collegio, in quanto ciascuno dà il contributo per la realizzazione di una festa aperta a tutti gli studenti dell’università.



L’esperienza collegiale



Marta Moroni, tre anni in collegio.
“Buongiorno, signorina Moroni! È un piacere averla con noi.”
Guardo quello che l’economa mi sta allungando con un sorriso. Sono le chiavi di quella che per me e la mia compagna sarebbe presto diventata l’amata “ventottoventinove”. Sorrido anch’io e penso “sono a casa”. Grazie, non pensavo potesse essere così facile.
Era una stanza vuota e asettica, fatta di mobili rigorosamente ignifughi e un orrendo copriletto rosso. Questo, almeno, nel momento in cui ho aperto per la prima volta la porta. Subito dopo si è invece riempita di voluminosi libri, fotografie, ricordi di ogni tipo e appesi in ogni dove, ognuno con la sua improbabile storia, ma soprattutto si è riempita di gente. Un sacco di gente.
Ma torno indietro di un passo, alle prime impressioni. La cosa che più mi ha colpito, appena arrivata con il mio carico di scatoloni e valigie, è stato il personale. Parlo di quelle amabili figure che possono darti del lei, ma vedono il problema prima ancora di te e sanno darti il consiglio giusto, con discrezione. Presenze indispensabili. E poi, in fondo al corridoio, il primo impatto con i collegiali: una quindicina di ragazzi che chiacchieravano allegramente attendendo il caffè. Un turbinio di nomi e di domande, un dilagare di pronunce e lingue diverse, gente di tutte le età. Nessuno si è più ricordato delle caffettiere che borbottavano da un pezzo: era arrivata una nuova collegiale. Non ero preparata all’ondata di amicizia e alla ricchezza della diversità che mi avrebbe travolto.
A Pavia non conoscevo nessuno. Nessun sito o brochure, che avevo accuratamente spulciato prima di iscrivermi all’università, poteva rendere l’idea di quello che mi aspettava. Neppure mia mamma, che pure a Pavia e in quello stesso collegio aveva trascorso la sua gioventù. “Ricordati che sei qui per studiare!” Mamma, giuro che non l’ho mai dimenticato. E come avrei potuto? Volumi interminabili, CFU da rincorrere, la sveglia a mezzanotte per prenotarsi tra i primi agli esami, le conferenze, le lezioni quotidiane ricordano continuamente il ruolo che giochi in questa partita fuori porta.
Ma i goal migliori non sono quelli accademici. Quello di cui più vado fiera, quello che fa dello studente pavese un privilegiato tra tanti, è la moltitudine di esperienze che la vita collegiale riserva. È la voce più significativa del mio curriculum finale, anche se non potrò metterla per scritto: parla di quanto sono cresciuta, di come ho imparato a smussare gli spigoli del mio carattere, di come sono arrivata ad essere spontanea e genuina, ad accettare le peculiarità di ognuno e ad accettare prima di tutto me stessa.
Ovviamente potrei allungare la lista, anche citando una serie di aneddoti: io, l’indifferenza fatta persona di fronte allo sport; io, con l’assidua preoccupazione di non eccedere e non far figuracce, ho dato sfogo alla mia voce stridula dagli spalti più rumorosi della città. Ho imparato che il sonno leggero non esiste, se la giornata è stata piena e appagante. Ho persino superato la fobia dei bagni in comune e delle cimici. Forse non mi abituerò mai alla nebbia e all’afa estiva condita di zanzare, ma sono anche certa che sopportarle valga la pena. Non sono nulla di fronte alle chiassose cene trascorse ai tavoli dei corridoi, alle risate, alle discussioni, le lacrime, i balli scatenati e ai risvegli indolenziti e senza voce, dopo l’ennesima partita. Conosco persino il sapore degli involtini vietnamiti e del platano fritto. Ho imparato a cucinare le pettole. Ho assaggiato imbevibili liquori bulgari, russi e lituani. Ho apprezzato le lasagne della domenica, cucinate tutti insieme. Porto dentro di me una serie infinita di feste, perché ogni occasione va celebrata. Non solo compleanni e lauree, ma anche il capodanno cinese e il carnevale messicano. So cosa vuol dire lavorare fino a notte fonda al Valla Night per migliaia di persone. Conosco l’adrenalina della Caccia al tesoro intercollegiale. Ho ballato la pizzica, la tarantella, il sirtaki, le danze albanesi e ogni hit “ignorante” di questo mondo. Ho imparato a non arrendermi al “non vinciamo mai”, perché una sana competizione è sempre e comunque bella. Ho imparato a prendermi in giro, oltre a prendere in giro. E ora so dare un nome a quella sensazione che mi monta quando vedo lo stemma bianco col Ponte Coperto in amaranto: so di appartenere a qualcosa. A qualcuno.
Il Collegio è l’insieme di tutto quello che fa sentire a casa ognuno. Il Collegio è una casa per tutti, quando la propria casa è lontana.
Ci sono entrata da matricola, sola e sperduta, per “uscirne” sapendo di essere parte di una strampalata famiglia.
Ora vi scrivo, come diciamo noi, da “ex collegiale”. Vivo in un appartamento e, lo ammetto, ogni giorno mi mancano gli odori, i suoni e i sapori del Valla. Vi scrivo perché sono certa che “Transeant nomina ne memoria deficiat”. È il motto del Collegio Valla, ma è anche il più grande augurio che vi possa fare: cambieranno le facce, cambierà il personale, ma l’esperienza al Valla rimarrà un segno indelebile. Lo dico per chi vorrà incominciare questa esperienza indimenticabile e a chi, come me, ama ricordarla.
E così, mi avvio. Faccio la solita passeggiata, quella che per altri si traduce in un viaggio in treno o in aereo, per raggiungere le mura grigie di quell’edificio squadrato che conosco bene.
Non fermatevi all’apparenza. Nascondono tutt’altro.